venerdì 15 agosto 2025

Oltre i luoghi comuni

 

Il turismo tra analisi, competenze e scenari in evoluzione

Nelle ultime due estati il turismo è stato protagonista, forse come non mai, sulla stampa e nei media, con dibattiti che si sono fatti più accesi del solito. L’anno scorso il tema dominante — se non quasi esclusivo — è stato quello dell’overtourism. Quest’anno, pur riaffiorando anche questo argomento, soprattutto con riferimento alla montagna e ai passi dolomitici, l’attenzione si è concentrata sul “caro-prezzi in spiaggia”, sul conseguente calo di bagnanti, ma con letture contrastanti sull’andamento della stagione, peraltro ancora lontana dalla conclusione.  

Uno dei problemi che da sempre affligge il dibattito pubblico sul turismo è che l’argomento appare “facile”: tutti pensano di potersi esprimere, senza approfondire dati, analisi, serie storiche e aspetti tecnici. Un po’ come avviene per il calcio: avendo giocato almeno una volta, ci si sente tutti “allenatori della nazionale”. Nel turismo, l’esperienza personale di vacanza — magari all’estero — diventa metro di paragone universale, spesso con confronti impropri. Ricorre quello con la Francia, realtà culturalmente affine ma con tessuto sociale, imprenditoriale e assetto statale ben diversi. I veri termini di paragone per l’Italia andrebbero piuttosto cercati in Austria e Germania, stati con un forte regionalismo (anzi federalismo), con sistemi imprenditoriali e sociali più simili al nostro.  

A queste analisi spesso troppo rapide o basate su impressioni personali si accompagna la persistenza di metafore fuorvianti: dire che “il turismo e la cultura sono il nostro petrolio” suggerisce un approccio estrattivo, non di gestione, organizzazione e governance sostenibile. Un’impostazione che, in parte, ci ha spinto all’eccesso opposto, enfatizzando il tema dell’overtourism — o meglio del “sovraffollamento” di alcune mete — fino a dipingere il turismo come fenomeno esclusivamente problematico. Si è così rischiato di dimenticare ciò che di positivo il turismo porta con sé: la conoscenza di altri luoghi e culture, l’apertura alla diversità, la tolleranza. Norval, già nel 1935, scriveva che il turismo, favorendo la conoscenza reciproca, contribuisce a ridurre l’odio fra i popoli.  

Agli inizi degli anni Duemila si è discusso a lungo se il turismo potesse essere considerato una scienza autonoma, dando vita a un dibattito che ha coinvolto studiosi di diverse discipline. Tribe, applicando i criteri di Hirst — oggetto specifico, metodo, verificabilità/falsificabilità, indivisibilità della materia — concluse che il turismo non soddisfa pienamente tali requisiti e non può essere definito scienza a sé stante, ma piuttosto un “campo di indagine”.  

Pochi anni dopo, gli economisti Candela e Figini ripresero il ragionamento concentrandosi sull’economia applicata al turismo. Applicando gli stessi criteri di Hirst e introducendo due formulazioni chiave — il teorema del coordinamento (semplificando, una destinazione funziona meglio se gli attori sono coordinati e operano secondo una visione condivisa) e il teorema della varietà (più una destinazione innova e differenzia l’offerta, più il turista sarà soddisfatto) — dimostrarono che l’economia del turismo è disciplina di specie dell’economia politica. E, per analogia, anche la sociologia del turismo, la geografia del turismo, la psicologia del turismo o il diritto del turismo sono discipline di specie delle rispettive scienze madri.  

Questo significa che il turismo non è solo oggetto di riflessione teorica, ma anche un ambito dove le conoscenze devono tradursi nella “sistematizzazione di buone pratiche”, capaci di adattarsi a scenari in continua evoluzione. Una buona gestione richiede dunque un approccio multidisciplinare e interdisciplinare, capacità di analisi e di coordinamento tra attori diversi, oltre a strumenti per verificare e migliorare continuamente le azioni intraprese.  

Come ha osservato di recente sul Corriere del Veneto  il sociologo Stefano Allievi, “le vere vacanze non sono quelle in cui si fa quello che si è sempre fatto, ma quelle in cui si fa qualcosa di diverso”. Per Allievi, “la vacanza è un rito che rivela aspettative, abitudini e contraddizioni delle nostre società: ci dice chi siamo, cosa vogliamo e cosa temiamo. È una sospensione della vita quotidiana, ma proprio per questo ci racconta più della vita di ogni giorno”. La contraddizione tra spiagge in difficoltà e località lacustri o di montagna affollate, osserva, “non è un paradosso: il turismo non è un flusso omogeneo, ma un insieme di pratiche, motivazioni e mercati che si muovono in modo differente e spesso divergente”.  

In una intervista di qualche giorno fa, sempre sullo stesso quotidiano, l’economista Nicola Camatti, professore associato di Economia applicata a Ca’ Foscari, sottolinea che “possono coesistere il calo nelle spiagge e l'overtourism", perché “può esserci un fenomeno di concentrazione nei luoghi e nei tempi della domanda” anche in presenza di un segno meno complessivo. Per questo, osserva, “il turismo è fatto di pacchetti di proposte… o affidiamo tutto all’eventuale fallimento di mercato (...) oppure cerchiamo di governare i fenomeni, valorizzando il ruolo dei soggetti di intermediazione (...) agenzie di viaggio e tour operator. Ma penso anche alle Dmo (...) e in questo senso in Veneto si è fatto molto negli ultimi anni”.  

Questa estate, contraddittoria come il meteo, dimostra che il turismo va affrontato con metodo e competenze, superando luoghi comuni e semplificazioni. Imprenditori, amministratori, tecnici e studiosi devono osservare il fenomeno turistico nella sua complessità, con strumenti aggiornati e visione strategica. La sfida è progettare un futuro in cui sostenibilità, innovazione e governance non restino slogan, ma si traducano in pratiche concrete, capaci di coniugare competitività, benessere per le comunità locali e qualità dell’esperienza per i visitatori.


1 commento:

  1. Interessante ed acuto come sempre Stefan ! Speriamo che si faccia strada tanto fra la componente pubblica della governance che fra gli operatori privati la consapevolezza che in un mondo dove tutto appare precario perché il cambiamento è vorticoso in tutti i settori nessuno escluso, anche il turismo non può vivere di quanto acquisito sino ad oggi e non basta neppure una programmazione tradizionale.Occorre intercettare i nuovi gusti del turista prima che si manifestino ed occorre orientarli in modo oculato sia per evitare gli eccessi che la penuria della domanda. E dovrebbe bastare comprendere la complessità che comporta trovare la quadra di questa petizione di principio fra termini antitetici per convincere anche i più riottosi a cogliere la nascita della Fondazione turismo per Padova come una grande occasione per la messa in rete di un territorio che proprio grazie alla straordinaria varietà delle sue attrazioni può comporre quell'offerta integrata che a me pare sia il primo presupposto per comporre la contraddizione fra eccesso e penuria della domanda.

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