Comprendere il film-induced tourism
Anche se su questo blog abbiamo già trattato l’argomento, oggi torniamo ad approfondire il tema del rapporto tra cinema e turismo. Un po’ per chiudere il trittico di riflessioni su come diverse forme d’arte (letteratura, musica e appunto cinema) possano essere messe in relazione con le motivazioni di viaggio, un po’ perché nel rapporto tra attività culturali e creative e turismo, il fenomeno del film-induced tourism è forse il più studiato e citato ma allo stesso tempo uno dei meno governati nella sua complessità. La sua forza deriva dalla ricaduta mediatica che film, serie televisive, fiction, docu fiction e animazione portano con sé, un effetto potente che trasforma luoghi reali in geografie immaginarie riconosciute e condivise. Ne sono prova i casi globali legati a Harry Potter, The Lord of the Rings o Game of Thrones, ma anche in Italia l’impatto delle produzioni ambientate in Sicilia con Il Commissario Montalbano, le longeve ambientazioni di Don Matteo, la forte esposizione dolomitica di A un passo dal cielo, le geografie di confine di Volevo fare la rockstar, la reinterpretazione storica della Torino di Lidia Poët, la laguna filtrata da We Are Who We Are e ancora le campagne cremasche rese iconiche da Call Me by Your Name di Luca Guadagnino.
Molte analisi si concentrano sugli effetti finali – incremento dei flussi, notorietà mediatica, spesa turistica – ma queste sono solo l’ultima parte di un processo molto più articolato. Il film-induced tourism non nasce quando il turista arriva e non si esaurisce con l’ondata iniziale di visitatori. È un sistema di relazioni che attraversa più fasi, coinvolge soggetti diversi e richiede una governance chiara per essere compreso e gestito.
Gli studi di Giulia Lavarone, consentono di collocare correttamente il fenomeno in una cornice teorica più ampia. Giulia Lavarone osserva che il cinema «non restituisce mai una copia del reale, ma un suo possibile, parziale e orientato anticipo di senso». Il luogo filmico non coincide mai con quello reale. Lo spettatore non cerca necessariamente l’autenticità fisica ma l’atmosfera estetica e narrativa che il film ha costruito. Questa distinzione, tra luogo reale e luogo mediato, è fondamentale e spesso orienta il comportamento dei visitatori più delle informazioni razionali.
In questo quadro, Sue Beeton ricorda che «si può parlare davvero di film-induced tourism solo quando la motivazione principale del viaggio è raggiungere i luoghi della produzione per rivivere l’esperienza filmica».
Per comprendere come si sviluppa questo legame occorre guardare alle tre fasi del processo. La prima riguarda l’attrazione e l’ospitalità delle produzioni, un momento che attiva filiere economiche, servizi tecnici e professionalità locali e che coinvolge logistica, permessi e accoglienza per troupe, maestranze e attori. In questa fase il ruolo delle Film Commission è decisivo perché crea il raccordo tra produzioni e territorio.
La seconda fase riguarda la distribuzione e diffusione dell’opera nei cinema, nei festival e nelle piattaforme on demand. Qui l’immagine del luogo si fissa nella percezione del pubblico e diventa riconoscibile, trasformandosi in un immaginario condiviso. Venezia filmata, reinterpretata e celebrata attraverso la Mostra del Cinema è l’esempio più noto di questo processo.
La terza fase riguarda la valorizzazione turistica, il momento in cui l’interesse per il film deve essere tradotto in esperienza reale, sostenibile e compatibile con il territorio. È la fase che mette alla prova la capacità di una destinazione di integrare l’immaginario audiovisivo nella propria offerta.
L'analisi di versi casi aiuta a comprendere come queste tre fasi producano esiti molto diversi. Il Lago di Braies, nelle prime stagioni di A un passo dal cielo, ha sperimentato un incremento repentino dei flussi con impatti significativi sulla sostenibilità ambientale. L’assenza di strumenti preventivi ha reso necessarie misure emergenziali per limitare l’accesso. Quando la serie si è spostata a San Vito di Cadore l’aumento dell’interesse è stato comunque rilevante ma i flussi si sono distribuiti in modo meno concentrato su più punti di interesse e il contesto ha assorbito l’impatto con minori criticità.
La serie Volevo fare la rockstar ha portato attenzione alle identità composite del Collio e dell’area goriziana. L’immaginario televisivo è risultato forte e riconoscibile, ma la frammentazione amministrativa e la pluralità di soggetti coinvolti hanno reso più complesso strutturare rapidamente un’offerta unitaria.
Nel caso di Call Me by Your Name l’interesse internazionale ha generato percorsi spontanei, tour privati e una narrazione social estesa. L’estetica del film ha generato un immaginario potente ma la capacità di consolidare questo potenziale in un prodotto turistico coordinato è stata solo parziale.
Con We Are Who We Are Chioggia ha ottenuto visibilità ma l’integrazione della serie nella narrazione turistica locale è rimasta limitata anche per l’assenza di un percorso strutturato capace di trasformare la rappresentazione audiovisiva in offerta.
Torino con La legge di Lidia Poët rappresenta un esempio più maturo, la presenza di un tessuto culturale strutturato e la capacità di attivare percorsi tematici coerenti hanno favorito una valorizzazione più solida.
Maya Bay dopo The Beach rimane un caso emblematico di overtourism non governato in cui la pressione turistica ha superato i limiti ecologici rendendo necessaria la chiusura dell’area per consentire la rigenerazione dell’ecosistema.
Questi casi evidenziano un punto centrale, il film-induced tourism non è un fenomeno da osservare ma da governare. La relazione tra produzioni, Film Commission e destinazioni dovrebbe essere parte di una strategia integrata fin dall’inizio che consenta alle tre fasi del processo di dialogare fra loro. Se il rapporto con il cinema entra a fare parte della strategia turistica di una destinazione è infatti possibile mettere in relazione tra loro produzioni, Film Commission, DMO, amministrazioni e comunità, è possibile anticipare i problemi, costruire strumenti per distribuire i flussi, definire narrazioni coerenti, tutelare le identità locali e valorizzare senza snaturare. Senza strategia il fenomeno genera notorietà immediata ma anche fragilità a livello territoriale. Se parte integrante e consapevole della strategia della destinazione, il film induced tourism può davvero diventare un'opportunità per costruire valore culturale, economico e identitario nel lungo periodo.
In tutti i casi che abbiamo riportato da altrettante tesi di laurea, emerge con chiarezza che il film-induced tourism non è un fenomeno da interpretare solo nei suoi effetti ma nel suo intero ciclo. Senza una visione condivisa i territori rischiano di subire effetti non programmati, oscillando tra notorietà improvvisa e difficoltà di gestione. Con un approccio più maturo questo fenomeno può invece contribuire a costruire identità condivise, valorizzare il territorio in modo equilibrato e promuovere forme di accoglienza più consapevoli e sostenibili.
Il fenomeno continuerà a crescere anche per la diffusione delle piattaforme digitali, per la centralità e l’evoluzione del consumo audiovisivo nella vita quotidiana. La differenza la faranno le destinazioni che sapranno leggere il processo in modo ampio, coinvolgere sin dall’inizio tutti i soggetti rilevanti e trasformare le immagini in progetti e non solo in aspettative.
Bibliografia:Lavarone G., 2016, Cinema, media e turismo. Esperienze e prospettive teoriche del film-induced tourism PadovaUP
Beeton, S., 2005, Film-Induced Tourism, Clevedon, Channel View Publications
Moretto, V. (A.A. 2023/2024). L’impatto del turismo sulla destinazione set cinematografico: Il caso Un Passo dal Cielo. Tesi di laurea triennale, Università degli Studi di Padova
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